La cacciata e l’esodo degli stranieri

L'integrazione
L’integrazione | Dieter Schütz @ pixelio.de

Questa è una storia che accadde durante l’Avvento in una città italiana. Quale? Quando? Di preciso non lo so e non mi ricordo, ma non è importante saperlo. Anzi potrebbe essersi svolta in una qualsiasi città europea, forse del mondo intero: è la magia del tempo di Natale a renderla ubiquitaria, universale. Qualche tempo prima di Natale, in una notte senza luna, un piccolo gruppo di uomini attraverso la piazza del mercato. Si fermarono davanti la chiesa e, con pennelli e vernice, scrissero sul suo muro: FUORI GLI STRANIERI! L’ITALIA AGLI ITALIANI!!!

Poi con delle pietre fracassarono la vetrina del negozio turco situato di fronte alla chiesa. Dopo di che scomparvero nella notte. Silenzio. Le tende e le persiane delle finestre si erano velocemente richiuse. Nessuno aveva visto nulla. «Andiamo, ne ho abbastanza! Si parte!»; «Ma cosa vuoi che si faccia laggiù, nel Sud?»; «Laggiù? Ma è la nostra patria. Qui tutto si aggrava. Facciamo ciò che è scritto sui muri: FUORI GLI STRANIERI!».

E nel mezzo della notte cominciò un gran movimento. Le porte dei negozi e dei supermercati si aprirono. I primi a partire furono il cacao, il cioccolato e tutte le praline nel loro imballaggio da festa. Se ne andarono verso il Ghana, il Togo, nell’Africa occidentale. Seguirono i caffè, la bevanda preferita dagli italiani, che si incamminarono per i loro differenti paesi d’origine: Uganda, Kenia, Etiopia, Messico, Sud-America. Il thé invece prese la via per l’est, verso l’India. Gli ananas si unirono alla cioccolata per l’Africa, mentre le banane si divisero; chi con gli ananas chi con il caffè, verso l’America Centrale e Meridionale. L’uva riprese la rotta per il Sud-Africa insieme alle fragole. Il Panpepato ed i biscotti speziati esitavano perchè, se la farina era nazionale, le spezie venivano da Zanzibar! Il panettone aveva persino le lacrime per la partenza dell’uva secca e dei canditi turchi:

«I meticci come me hanno la vita particolarmente dura!» Anche il marzapane li seguì: la qualità non era più un valore importante, ora contava solo l’origine. Era quasi l’alba quando i fiori recisi si diressero verso la Columbia; l’oro e i diamanti presero dei charter per tornare in Africa. Quel giorno il traffico si paralizzò…Lunghe file di auto giapponesi piene di apparecchi fotografici, televisori e giochi elettronici, si dirigevano verso est. Nel cielo si vedevano volare verso la Polonia e i paesi baltici stormi di anatre e di oche. Quest’ultime si erano riprese tutto il loro piumino dai letti e dalle giacche a vento. Verso Teheran e il sud-est asiatico volavano via i tappeti e tutta la seta; il cachimir tornò nella sua regione himalaiana mentre tutto l’alpaca si diresse verso le Ande. Il cotone poi riempì molte navi che lo riportarono in Egitto e nel Mali.

I mobili in legno esotico uscirono a precipizio dalle case, insieme a molte finestre e porte, allontanandosi in direzione dell’Amazzonia e dell’Indonesia. Bisognava fare attenzione a non scivolare sulla strada perché il gasolio e la benzina ruscellavano verso la Libia, l’Irak e l’Arabia Saudita, così anche l’asfalto straniero rimpatriò, lasciando il ricordo di strade migliori di quelle odierne. Persino le auto iniziarono a smembrarsi: l’alluminio tornava in Russia, il rame in Somalia e Cile, il ferro in Brasile, il caucciu’ in Congo. Anche i metalli dei telefonini decisero a malincuore di separarsi, con grandi abbracci pieni di commozione per il tempo passato insieme, e le terre rare, più riservate, in silenzio presero la via della Mongolia.

Dopo tre giorni non restava più niente degli stranieri. Ma c’erano ancora gli alberi di Natale con le mele e le noci. Siccome Natale era vicino la gente cantava la musica tradizionale, ma qualcuna veniva appena sussurrata perchè era originaria dell’Austria ,della Francia o della Germania. Solo un dettaglio non andava bene con l’idea dell’insieme: Maria e Giuseppe con il loro figliolo Gesù erano rimasti. Tre palestinesi ebrei! «Noi restiamo –disse Maria- poichè se partiamo anche noi chi indicherà loro il cammino verso più ragionevolezza e piu’ umanità?

Titolo originario: Das Märchen vom Auszug aller Ausländer (1991), Tradotto e adattato da Angelo Bertea

Advertisements

Cara la mia Ninetta

Cara la mia Ninetta
So che ti ga un zardin
Che no`ti l´à fittà
Se ti me vol son quà
Per lavorado

Mi son un zardinier
Che sè far el mestier
Per ti el farò di cuor
So quel che parlo

Canzone di Gondola veneziana
da „Gondola“ di Donna Leon